13
Feb
2020

La via del corpo

Intervista a Marinella Boscolo tratta dalla rivista a cura di Ivan Ordiner. tratta dalla rivista “Il sé” del Gennaio 2020 col tema “Psicosintesi in divenire”

Nonostante Assagioli chiami la psicosintesi “biopsicosintesi” e ci siano diversi psicosintetisti che pongono attenzione alla dimensione corporea, in psicosintesi avverto il rischio che it corpo venga messo un po’ in secondo piano rispetto ad altre dimensioni, che ne pensi?


Condivido it tuo pensiero, sicuramente in psicosintesi la parte corporea potrebbe essere sfruttata di pia, con tutto quello che it corpo incarna, nella sua possibility di incarnare la spiritualità.
Faccio un passo indietro, io sono sempre stata anche un’atleta, per me il corpo e stato uno strumento potente ma lo sfruttavo prevalentemente in termini di performance. Poi l’ amore che avevo per la spirituality mi ha portata alla psicosintesi, che mi ha avvicinato di più alla ricerca. del Se,
ma che vivevo in modo un po’ staccato. E infine e arrivata la bioenergetica che mi ha dato modo di integrare le due dimensioni, it corpo e la spirituality.
Una delle cose che per me 6 stata importante del lavoro sul corpo e stato it trovare questa integrazione del Sè, la carnalità dello spirito, ma c’e valuta veramente tanto lavoro corporeo. La difficolta, e lo vedo anche lavorando come docente presso l’Istituto di Psicologia Somatorelazionale, il passaggio tra il pensare il corpo e il sentire it corpo. Vedo ad esempio le persone che hanno meditato, e anche io facevo meditazione. Nella meditazione e molto facile che not siano in una bolla, che restiamo solo nella mente.

Solo se fai questo continuo lavoro di monitoraggio riesci a capire quando sei staccato. Ad esempio io adesso sono qui che parlo con te, sento il mio respiro, sento i miei glutei che sono appoggiati alla sedia, ma è a forza di dal che riesco a farlo. Se non ti eserciti costantemente, il novanta per cento delle volte siano presenti alla testa e a tutto quello che la testa ha registrato, e non al corpo. Si tratta di allenare ii sentire, ii corpo è un grande strumento. Ii sentire non fa parte della testa, è una qualità che non arriva dalla testa.  Usare il corpo come strumento, ii  grounding, il respiro, il movimento, la lentezza dei movimenti, ci sono una marea di cose da fare.

Intervista Marinella Boscolo

Che rapporto vedi tra la psicosintesi e la bioenergetica?


Secondo me la pratica bioenergetica potrebbe essere assolutamente inserita nella formazione di uno psicosintetista, perché il rischio che hai quando vai troppo sul mondo spirituale e non c’è questa parte incarnata, è quello di scivolare in una sorta di narcisismo spirituale.
Ricordiamoci che per salire bisogna prima allargare la base, e in questo la parte corporea ha un valore da cui non puoi prescindere: devi partire dal basso, o far tornare la persona in basso se no il rischio è che schizza in alto ma ha bypassato le radici.
L’intento è sempre quello di trovare il Sé, ma di trovarlo partendo dal sentire, dal corpo. E non parlo qui solo del discorso delle contrazioni psico-nero-muscolari che nella visione dell’analisi bionergetica rivelano i tuoi conflitti, ma anche proprio del dire: “io ci sono”. Questo implica proprio un reset, un andare giù a sentire il corpo, che è uno strumento potente, perché tu alla mente puoi dire che sei presente, ma la mente viaggia. La mente mente. Il corpo invece non mente, o ci sei o no. Se io parlo con te in questo momento e non sento i glutei che appoggiano sulla sedia o non sento il respiro, e può succedere nel flusso del parlare, me ne accorgo. Il corpo è lo strumento che mi dice che mi sono un attimo distratta e allora ritorno giù, alla presenza.
La psicosintesi dà un grande orientamento ma è talmente ampia, forse troppo ampia, che da un lato si presta molto ad essere affinata, integrata e sviluppata su molti aspetti, d’altra parte però se non la incarni il rischio è quello di farsi dei grandi viaggi e non riuscire ad apprezzare e valorizzare quello che è il suo potere. Assagioli ha veramente creato un mondo, forse ha dato questo contenitore così ampio perché poi sta a noi trovarci delle strade dentro.

La psicosintesi - Marinella Boscolo


So che ti occupi di meditazione, cosa rappresenta per te?


La meditazione per me è stata inizialmente un innamoramento. Mi si è aperta a un certo punto questa strada verso la spiritualità: mi sono avvicinata ad Aurobindo, alla meditazione dinamica di Osho, sono andata da Amma in India, ho approfondito la mindfulness e la vipassana. Vipassana che tra l’altro è inserita all’interno dei nostri programmi come fase finale del lavoro di pratica bioenergetica. Dopo che hai lavorato sul corpo, la fase finale è un lavoro di meditazione, osservazione e ascolto. La pratica bioenergetica si basa su un ciclo di tensione, carica, scarica e rilassamento. Tutto questo flusso di lavoro che fai per settori e poi su tutto il corpo con diversi esercizi arriva a questa fase finale di rilassamento in cui aumenta l’attività del parasimpatico, cala l’adrenalina, le endorfine vanno in circolo, e il sentire e la recettività si affinano. È un momento in cui si amplia la visione, una fase di ascolto, una fase meditativa, di recettività. In questi 5 — 10 minuti di ascolto del corpo che facciamo a conclusione della pratica bioenergetica, sei talmente a terra, radicato, con tutto l’appoggio del corpo, tutti i canali talmente aperti, che ti possono arrivare intuizioni, sensazioni, messaggi, ti può arrivare di tutto e di più, a seconda un po’ di dove sei tu. Questa pratica dell’ascolto del corpo diventa poi nel tempo un po’ come meditare durante la vita quotidiana. In questo momento lo sto facendo anche adesso, nel senso di ascoltare, di stare nel qui ed ora. Per quanto riguarda la meditazione una volta seguivo più un rito, in un momento preciso, in un luogo preciso che era come un tempio in cui entravo. Oggi ho passato la meditazione nella quotidianità, è come un reset che io faccio ogni tanto per sentire come sto, adesso sono ispirata da questo giardino che abbiamo qui fuori… A volte mi fermo magari vicino ad un albero, vedo un colore, vedo qualcosa e sto lì, respiro e sto lì.

Qual’è il tuo approccio al counseling? Come lavori con i tuoi clienti?


Premetto che io ho una energia molto alta… Uso un termine di questo mio amico formatore Max Formisano, la filosofia A.I.C. “Alzare Il Culo”: serve Autodisciplina, Impegno, Costanza. Lavoro molto non solo sulla comprensione di quello che c’è, ma anche sul mettere in atto le cose. Perché il rischio è sempre quello che magari si comprendono le cose ma poi non si fanno dei passi; e quindi restiamo nei nostri bei segni dell’abitudine e senza volere ripetiamo le stesse cose anche a distanza di tempo. Quindi io lavoro moltissimo con le persone sul “cosa stai facendo per te?”, sul “cosa puoi fare?”, ma anche a partire banalmente dallo stile di vita di base: la qualità della vita, il mangiare, il dormire, l’attività fisica per stare bene, poi le relazioni… E’ importante la direzione, non rimango troppo per aria, scendo molto. Se vogliamo risvegliare il maestro non è che puoi venire sempre da me, non è che posso sempre stare al tuo fianco, devi essere il protagonista della tua vita. I tuoi strumenti ce li hai sul tavolino, sei qua da me per affinarli un po’, ma poi sei tu che li devi utilizzare. In termini psicosintetici potrei dire che lavoro sull’attivare la volontà, che Assagioli ha declinato in modo pazzesco. Passare dal devo, al posso, al voglio, arrivare al voglio arrivare a dire “voglio fare questa cosa”. Questo ha a che fare anche con la tecnica della psicosintesi dell’ “agire come se”: la mente è talmente forte, siamo talmente informati dentro, che cambiare i circuiti, come li chiamano le neuroscienze, non è per niente facile. Abbiamo il compito di sovrascrivere, come se fosse un registratore. Quindi va bene, vado a parlare con qualcuno, ho capito delle cose, ma poi serve segnare questa comprensione, agire, fare. Altrimenti in un attimo senza accorgerti sei di nuovo dentro ai circuiti dell’abitudine, non c’è niente da fare. Ovviamente tutto questo coi tempi di ognuno, sto semplificando un po’, non è che stiamo lì col fiato sul collo. Ma prendi atto che la vita è nelle tue mani: bisogna decidersi, fare. Poi c’è anche un’altra cosa, e questo mi è accaduto sia nel processo di counseling che nella mia vita personale, che quando poi entri nel flusso in cui c’è la verità, quando sei in un contatto profondo, lì c’è la magia e accadono delle cose, c’è qualcosa che va da solo. E quando le cose entrano in questo flusso in cui tu ci sei e stai veramente segnando qualcosa che ti appartiene, e lo fai veramente, le cose vanno fluidamente, come se ci fosse qualcuno o qualcosa che ti segna la strada. Questo mi è successo anche nella relazione di aiuto quando arrivi al punto che sei con quel cliente profondamente a nudo, uno di fronte all’altro: lì si apre la magia della relazione profonda.

Ti è capitato di usare lo sport come strumento di aiuto?
Con i ragazzi a scuola, ad esempio, fare in modo che si ascoltino dopo un allenamento, anche senza fare lavori profondi, facendogli chiudere gli occhi per chiedersi come mi sento, come sto adesso. I ragazzi in questo sono molto sensibili perché sono molto più aperti di noi. C’è stato un periodo in cui ho lavorato dentro la struttura Villa San Benedetto Menni: lavoravo con un pool di persone, io mi occupavo della parte meditativa. C’erano queste persone inviate dagli psichiatri, in modo particolare dal dott. Giampaolo Perna, che soffrivano d’ansia. Una delle cose che utilizzammo fu quella di andare a correre portando l’attenzione ai piedi, all’appoggio, al respiro, al sentire… una sorta di meditazione correndo. La meditazione può anche essere fatta correndo, perché ci sono persone che soffrono a stare ferme. Questo permetteva anche di scaricare questo eccesso di energia che si trasformava in loop a livello mentale. Se sei molto carico di mente, il lavoro sul corpo mira a bypassare il circuito mentale e ad andare su un altro canale, così riesci a fregare un po’ la mente e i pensieri.

Qual’è la relazione tra corpo e spiritualità?


La relazione è forte, molto forte. La mia esperienza oggi mi dice che se non incarni il Sé è difficile che tu lo incontri. Incarnare il Sé vuol dire prendersi cura del corpo in tutte le sue dimensioni: dallo stile di vita, alle cose che fai nella quotidianità, a come stai nelle relazioni con gli altri. La spiritualità nel corpo va lavorata, va liberata. Va lavorato molto il corpo per vedere quelle che sono le sue contrazioni, le sue tensioni. La qualità energetica la senti in come stai e anche in come ti poni nella vita, si riflette in come ti muovi nel mondo, in quello che fai, in quello che progetti, in come agisci nella quotidianità. Secondo me è una cosa fondamentale quella di incarnare il corpo, scoprirlo e scoprire la sua spiritualità. Questo poi all’atto pratico si traduce nel fatto che ti muovi con uno stato di grazia e di leggerezza che non si può spiegare, bisogna viverlo per capirlo. Stato di grazia, di leggerezza e anche di forza. Forza che è data proprio dal fatto che senti che sei nella tua strada e lo senti dentro. Io sento molto anche la parte del cuore, l’apertura, che poi si riflette nella vita quando, come ti dicevo prima, accadono delle cose, e tu senti che sei dentro qualcosa che ti porta da solo, e fluisci. Per me il lavoro è stato lungo, ma ancora oggi vado avanti e sento che si affina sempre di più, si aggiunge qualcosa: io sono continuamente ancora in lavoro, faccio pratica bioenergetica, faccio ancora analisi su di me, conduco seminari e anche li frequento, sono sempre in formazione.

il sè - Marinella Boscolo

Alla tenera eta di 60 anni sento come una rinascita, anche con un senso di maggiore responsabilità per me stessa e per quello che do agli altri.
I tratti caratteriali della bionergetica possono essere visti come altrettante subpersonalità di base, come si lavora su di esse a livello corporeo?
I tratti caratteriali in bionergetica sono: lo schizoide, l’orale, lo psicopatico, il masochista e il rigido. Anche se possiamo pensare di far parte di un tratto specifico, in realtà poi siamo abbastanza trasversali, li abbiamo un po’ tutti; anche se poi magari c’è quello che è più forte, che ci è stato trasmesso di più a livello educativo. Io personalmente credo che siamo talmente plasmabili, plastici, che volendo alcune cose possono veramente cambiare tantissimo.
Ci sono dei lavori specifici su questi caratteri, si va a lavorare su certe aree del corpo piuttosto che altre – per il tratto orale si lavora ad esempio sugli occhi – si vanno a toccare delle aree specifiche, delle contrazioni particolari
che richiamano una serie di vissuti che sono ormai inconsci.

Può emergere anche dolore, per quella parte del corpo mi fa male. Quelle sono anche molte volte delle difese e allora noi diciamo: prova a stare, respira, vediamo cosa succede, collabora con quella parte. Il corpo ha una risorsa pazzesca.
Poi per questo tipo di lavori deve essere molto forte il contenitore, la qualità energetica del facilitatore: se è stata lavorata tanto può contenere delle cose, sempre nel rispetto delle persone chiaramente e di dove possono e vogliono arrivare.

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